Vince il SÌ con il 51,41% (24,3 milioni di schede) al Referendum Costituzionale del 16 aprile 2017 in Turchia, il quale ha letteralmente diviso a metà un intero Paese. L’affluenza è stata altissima, più dell’80% della popolazione si è recato alle urne.

Dal Referendum, il Presidente Recep Tayyip Erdoğan è uscito notevolmente rafforzato. Egli definisce il risultato “chiaro”, mentre l’opposizione lo contesta a causa di un cambio di regole avvenuto durante lo spoglio dei voti, ovvero quello di accettare come valide anche le schede elettorali senza timbro ufficiale. In passato, queste venivano considerate nulle.

Nonostante ciò, cosa realmente cambia dopo il Referendum costituzionale turco? Erdoğan, Presidente della Repubblica dal 2014, resterà in carica potenzialmente fino al 2029. Il sistema parlamentare vigente viene sostituito da un sistema di tipo presidenziale, ciò significa che la figura del Primo Ministro viene abolita e di conseguenza il potere esecutivo finisce in mano ad Erdoğan. Il Presidente verrà, d’ora in poi, direttamente eletto dal popolo, come già avviene negli Stati Uniti o in Francia. A differenza di questi Stati però, se Erdoğan decidesse di emanare una legge anti-costituzionale non avrebbe alcun contropotere ad impedirlo, perché la riforma gli permette di intervenire nel sistema giudiziario.

Il Presidente, quindi, non avrà alcun limite, perché nomina direttamente o indirettamente i Giudici della Corte Costituzionale e i Membri del Consiglio Superiore della Magistratura, in modo da avere a Capo del potere giudiziario componenti del proprio partito presidenziale.

Le elezioni presidenziali, inoltre, coincidono con quelle parlamentari, il che può sembrare insignificante, ma si tratta di una mossa tattica, aumentando la probabilità che la maggioranza parlamentare sia la stessa del partito del Presidente. Effettivamente, andando a votare nello stesso momento, c’è una maggiore probabilità che venga votato il partito del Presidente che si elegge. Le prossime elezioni (presidenziali e legislative) si terranno nel novembre del 2019.

Erdoğan ora può anche guidare l’organizzazione politica di cui è stato cofondatore, il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP). Ricapitolando, in un solo uomo sono concentrati potere esecutivo, gran parte di quello legislativo e di quello giudiziario.

Un punto cruciale della nuova riforma è la pena di morte, che se reintrodotta, inizierà ad essere applicata su coloro che sono ritenuti colpevoli o coinvolti nel Colpo di Stato del luglio 2016. Per la reintroduzione della medesima, sia la Germania che l’Austria hanno immediatamente comunicato di non voler permettere ai cittadini turchi, ivi residenti, di votare al referendum annunciato ma non ancora indetto da Erdoğan.  I cittadini turchi residenti all’estero, infatti, sono coloro che più supportano il Presidente e che potrebbero far approvare la pena di morte (i turchi residenti a Berlino ed Amsterdam hanno appoggiato Erdoğan facendo vincere il “sì”al 63,3% in Germania e al 71% in Olanda). L’introduzione della Pena Capitale sancirebbe la fine della possibile adesione della Turchia all’Unione Europea.

Con una Paese così diviso a metà, a cui si aggiungono gli scontri contro il Kurdistan, in un clima di incertezza geopolitica, in Turchia assistiamo ogni giorno ad episodi di violenza e morte, in cui le vittime sono persone che si battono per difendere la propria libertà ed il proprio pensiero.

Arianna Civitillo

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