Dopo aver letto l’articolo di Balzaretti (clicca qui per visualizzare l’articolo) ho deciso immediatamente di rispondere, non parlando tuttavia dello ius soli e del diritto di cittadinanza, ma “dell’essere italiani”, parole che Balzaretti ripete più volte.

Ho scritto e riscritto questo articolo, cercando di essere pacato, cercando di prendere da lontano il fenomeno nazionalista, cercando di smontare le argomentazioni patriottiche frase per frase. Non ci sono riuscito. Il tema si sviluppa su campi troppo vasti e io non ho la prontezza, l’abilità e la lucidità per affrontarli in modo chiaro e coerente. Ho deciso soltanto di raccontarvi cosa significa per me “essere italiano”.

Per me essere italiano significa aver scritto sulla carta d’identità “Cittadinanza italiana”. Niente di più. Non provo alcun attaccamento alla bandiera, all’inno, alle istituzioni. Valuto tutte queste cose insignificanti. Apprezzo, invece, alcune opere compiute dallo Stato con i soldi dei contribuenti, come la costruzione e la gestione di strade, scuole, ospedali, ma non m’importa sotto che bandiera si pongano. L’importante è che siano fatte bene. Che sia lo stato francese o polacco a costruirle, con i nostri soldi, non lo trovo di alcuna rilevanza. L’importante è che i servizi, anche grazie all’aiuto degli utenti, funzionino.

Disprezzo l’integrità territoriale della nazione: è una forzatura. Nessuno di noi comaschi può razionalmente affezionarsi alla Sardegna o alla Siberia senza esservi mai stato, o a qualsiasi altro luogo lontano o vicino, ma sconosciuto. Pensare che l’uno meriti più dell’altro, o valga più dell’altro, non ha senso. E non ha neppure senso che un comasco si senta legato alla Sardegna, senza averla mai vista, più di quanto non si senta legato alla Francia o all’Austria, con cui condivide parti imponenti di Storia e dove magari è pure stato in gita scolastica.

Sono consapevole di non riuscire a scrivere, come ho già detto sopra, un articolo chiaro su questo tema. D’altronde la mia idea di pianeta perfetto, un poco utopica, si basa su milioni di microstati amministrati localmente e solidali reciprocamente, dove la parola “confine” non abbia senso e dove i morti siano pianti sulle alte statue di marmo, e non venerati come martiri. Un mondo del genere, pacifico e saggio, garantirebbe ad ogni uomo un buon futuro e un ottimo presente, colmo di possibilità e vuoto da menzogne. È realizzabile? Oggi no. Il primo passo da fare, se si vuole un futuro che assomiglia a quello da me sperato, è l’abbandono totale del senso di appartenenza nazionale in favore di un pacifico senso di appartenenza locale, cioè riferito ai luoghi dove si è cresciuti. E i luoghi dove si è cresciuti non sono l’Italia intera, o il mondo intero, o la Francia intera, ma una decina di chilometri quadrati. Questo è l’unico amore razionale rivolto ad un luogo che si può provare se non si ha viaggiato. Il resto è menzogna, e lo rinnego.

Tommaso Bogani

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