Abbiamo intervistato Eraldo nel lontano aprile 2016 ma data l’attualità dei temi affrontati e gli spunti interessanti che ne sono emersi ho deciso di riportarla a oggi.  

Affinati è insegnante di lettere e fondatore della scuola “Penny Wirton”, una scuola gratuita di italiano per immigrati. Ha scritto numerosi libri tra i quali Campo del sangue (1997), Il nemico negli occhi (2001), La città dei ragazzi (2008), Berlin (2009), Vita di vita (2014) e L’uomo del futuro. Sulle strade di Don Milani (2016).  

Quali sono le sue soluzioni a questo flusso immigratorio? In che situazione lavorativa, sociale, religiosa questo flusso si può “integrare” all’interno della società d’Europa d’oggi? 

Noi siamo di fronte ad un flusso epocale, la migrazione di popoli. Io credo che i politici siano quelli che devono scrivere le regole per governare questo flusso però poi ci siamo noi, essere umani, che siamo chiamati a fare un lavoro umano, un lavoro di confronto e di dialogo. Nonostante ciò, con tutte le difficoltà che ci sono, è un compito ineludibile, non possiamo delegare alla classe politica tutto. 

Loro dovranno imporre le regole ma poi noi saremo chiamati al confronto. 

Quali sono queste regole? Se lei fosse un politico, quale sarebbe una minima soluzione al problema? 

Intanto, c’è la necessità di ristabilire il bilancio nascite/morti grazie all’inclusione degli immigrati. Non esiste una vera e propria invasione, ci sono circa 150 mila nuovi immigrati all’anno e come prima cosa rassicurerei la popolazione su questi dati senza mettere troppa paura. Inoltre, i flussi vanno governati, io cercherei di creare una vera integrazione. Gli attentati terroristici a Bruxelles e a Parigi (parliamo appunto del periodo primaverile del 2016 luoghi delle stragi al teatro Bataclan e all’aeroporto di Bruxelles-National) sono stati compiuti da persone che apparentemente erano integrate, che avevano studiato e vissuto, ma hanno ugualmente compiuto l’atto terroristico e questo ci fa capire che la vera integrazione è profonda e complessa, che non basta fornire l’istruzione, insegnare la lingua, bisogna far conoscere le persone.   

Sul suo sito internet, lei afferma che Berlino è diventata esattamente l’opposto del desiderio di Hitler, ovvero è la città più multiculturale d’Europa. Ci sono esempi di città simili nello stivale?  

Sì, a Roma ci sono tante Rome, così come a Milano ci sono tante Milano. All’interno delle grandi città si possono trovare zone d’insofferenza e di razzismo e si possono trovare momenti buoni e di confronto. Non si può generalizzare, all’interno di una grande città ci sono fenomeni pericolosi come esempi di buona integrazione. Questo è un lavoro in corso, non è scontato. I ragazzi della vostra età (si riferisce alle nuove generazioni) si devono assumere le responsabilità del confronto ed è la cosa più difficile. Però è da voi che ci giochiamo tutto, perché molti adulti magari hanno già una convinzione in testa mentre il ragazzo cambia. È proprio per questo che dico che la scuola ha un ruolo importante in questo. 

La condizione dello straniero è ancora molto sentita nella società di oggi. Secondo lei si arriverà a una completa eliminazione di questa figura?  Facendo riferimento alla condizione di ospite fra oriente e occidente? Riferendosi al suo testo, lei stesso viene accolto benevolmente in Marocco e accenna che in molte culture l’ospite viene accettato. Perché in occidente questa figura è vista negativamente? 

Perché in Europa c’è paura, ci sono l’insicurezza e la fragilità. Molti hanno paura di perdere qualcosa a causa dell’ingresso dello straniero: il privilegio, i propri valori, le proprie certezze.  Allora sentono l’immigrato come un problema. Invece nella mia esperienza posso dimostrare il contrario,  

poiché il rapporto con l’immigrato è sempre positivo per chi lo accoglie, perché ci arricchisce, ci cambia ma, attenzione, ciò non significa dimenticare da dove proveniamo e perdere la nostra identità anzi, la mettiamo in confronto e la arricchiamo. Se invece la confrontiamo per conto nostro, la perdiamo.  Questa è l’esperienza che ho visto personalmente in tutto il mondo, da Berlino all’Africa, in tutti i viaggi che ho fatto, ho riscontrato che il confronto è positivo. Ci possono essere problemi, però oggi è inevitabile notare che i popoli si sono sempre mischiati fra loro e noi siamo il frutto di questi mescolamenti. 

Esempi come la “Città dei ragazzi” esistono in altre zone della Penisola? Ha avuto oppositori? Ha avuto degli impedimenti burocratici? Ci racconti…   

Purtroppo le istituzioni sono spesso indifferenti e non ti aiutano. Ho provato sulla mia pelle quest’atteggiamento con la mia scuola e non ho ricevuto aiuto. Stai usando la parola “burocrazia” appunto perché il problema non sono coloro che ti dicono che non ti accolgono/aiutano, ma è tutta la macchina burocratica che t’impedisce una vera accoglienza; solo le associazioni e i volontari supereranno tutto ciò. 

Perché ha scelto di lavorare con i ragazzi piuttosto che con altre fasce d’età 

Perché sono un insegnante di lettere e ho sempre insegnato a ragazzi dai 14 ai 18 anni, è proprio legato alla mia professione, poi mi sono sempre trovato bene con questa fascia d’età, forse perché è quella più critica, non si è più bambino e non si è ancora completamente adulto. Avendo avuto un periodo difficile durante l’adolescenza mi riconosco nelle difficoltà dei miei studenti. 

Oltre alla lingua italiana e ad alcune nozioni di base, cosa vuole veramente insegnare a questi ragazzi? E cosa vuole insegnare ai ragazzi italiani di oggi? 

Vorrei insegnare la qualità del rapporto umano, cioè non avere paura del confronto con l’altro, se uno riuscisse a insegnarlo, questo sarebbe anche più importante della lingua, perché significa far crescere i ragazzi, sia immigrati che italiani, in tutto questo c’è sempre un arricchimento.   

Sempre più giovani immigrati vogliono venire in Italia, mentre sempre più italiani vogliono scappare. Viene da dire: entrambi non hanno futuro. Come spiega questo senso di evadere? Che cosa vede nei loro diversi occhi?  

Vedo l’eterno problema, anche nell’adolescenza, che può unire questi due occhi: cercare una propria vita, un proprio sbocco, un lavoro, un modo di essere. Noi in Italia viviamo una crisi occupazionale che spinge molti giovani a fuggire all’estero, dall’altra parte abbiamo molti adolescenti che vengono dal Terzo Mondo e cercano di fare dei lavori che noi non compiamo più. La situazione è complessa non solo nella nostra nazione, ma bisogna considerarla in modo globale e da qui si può capire che ci sono delle integrazioni fra queste due diverse esigenze. Quest’anno devo dire che l’integrazione l’ho trovata portando i ragazzi italiani a insegnare la lingua ai loro coetanei immigrati e ho capito che l’adolescente italiano può imparare tanto dal suo compare straniero.  

Dopo aver assistito a una scena, lei dice “Forse in tutta la mia vita non avevo ancora vissuto un’esperienza così vicina all’immagine che gli uomini si sono fatti della felicità” (cit. pag 173 “La città dei ragazzi”). Quale immagine di felicità si era immaginato prima di questo viaggio che ci ha raccontato nel libro e quale poi ha riscontrato una volta alla fine? 

Prima del viaggio mi venivano in mente immagini della felicità false, create dalla società, mentre quando poi sono andato in Africa mi sono reso conto che per un africano la felicità è, per esempio, arrivare a Como e passeggiare per una via affacciata sul lago. Durante quella semplice passeggiata non respira polvere, mangia bene, ammira un paesaggio, per noi scontato, ma per lui no.  In Africa vedevo che il solo trascorrere una giornata era difficile fra tutte quelle malattie non curate, quelle miserie, quella povertà. Si nota che la felicità cambia molto a seconda del contesto in cui si vive e mi sono reso conto della dimensione negativa di questo concetto. 

Tutte le esperienze con questi ragazzi come hanno modificato la sua vita, sia da figlio, sia da insegnante, sia da marito e sia da padre?  

Mi hanno molto arricchito. Gli incontri che uno compie durante la vita sono portati a modificare la personalità di ognuno di noi, se si rimane sempre chiusi in se stessi non è possibile. Per me fare l’insegnante e lo scrittore ha significato questo: la consapevolezza della coralità, cioè essere in un coro, stare insieme ad altre persone. Io ho vissuto un’adolescenza molto solitaria, sono cresciuto nella mancanza di parole e in questa solitudine stavo sempre in crisi, non avevo amici con cui confidarmi. Per me è stato un grande passo riuscire a sollevarmi e a superare questa solitudine adolescenziale e mi hanno aiutato molto l’insegnamento e la letteratura, cioè leggere e scrivere.  

intervista a cura di Giacomo Oxoli

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