28 novembre 2017. Dopo esattamente 45 giorni di quiete, gli uomini del Maresciallo tornano in azione con un nuovo, potente lancio missilistico, che “avrebbe potuto colpire Manhattan, se solo avesse avuto l’angolazione giusta” (parola di esperti). Questo è solo l’ultimo di una serie di test che ormai dal 2015 stanno terrorizzando il mondo intero. A oggi, a sentirsi al sicuro sono solo gli stessi abitanti del Regno Eremita, che restano ignari dei rischi del nucleare, distratti da grandi e imponenti parate militari nelle quali il Regime mostra tutta la sua forza, e i cugini del Sud, ormai da decenni abituati a una “strana e pericolosissima” normalità.
Come da routine, il lancio è seguito dal fiero e festoso annuncio di Ri Chun-hee, giornalista ufficialmente in pensione dal 2012, che però è richiamata puntualmente ogni qualvolta si debba fare un “annuncio importante”, abbigliata con il suo immancabile hanbok rosa, così come previsto dal rigoroso regolamento della Corea del Nord.

L’ultima azione di Kim è la detonazione di una bomba ad idrogeno (e perciò molto più potente delle normali atomiche) lo scorso 3 settembre da un tunnel sotterraneo nel nord-est del Paese, che ha causato un potente terremoto di 6,1 gradi della scala Richter (di potenza superiore a quello che ha colpito l’Italia centrale nel 2016) avvertito fino a Seul.
La domanda che sorge è: perché le due parti della Penisola Coreana si odiano così tanto?
Le rivalità affondano le loro radici nel lontano 1947. La Seconda Guerra Mondiale è appena finita e la Corea (ex possedimento del Giappone) si ritrova occupata nella parte settentrionale dagli Alleati Sovietici e a Sud dagli Americani. Si decide pertanto di dividerla in due “zone”, con confine sul 38° parallelo, pensando a una futura riunificazione. Tuttavia, le cose non vanno come sperato. Le tensioni tra Stati Uniti e Unione Sovietica crescono in quella che sarà chiamata “Guerra Fredda”. È così che i due “fratelli separati in casa” seguono le strade delle due Superpotenze: il Nord finisce dunque sotto la ferrea dinastia dei Kim (con l’appoggio sovietico e cinese), mentre il Sud rimane sotto l’altrettanto violento controllo stelle-strisce. La tensione non accenna a calare ed è proprio qui che si scatenerà il primo conflitto della Guerra Fredda: il 25 giugno 1950 le truppe del Nord invadono il Sud, provocando l’intervento statunitense (mascherato da “operazione dell’ONU”) che in breve ricaccia verso il confine cinese l’esercito di Kim-Il-Sung (nonno dell’attuale leader), il quale chiede e ottiene l’appoggio di Pechino, che interviene in forze. Il fronte si ricapovolge: la bandiera nordcoreana torna issata su Seul, che però sarà successivamente ripresa dalle forze americane. Il conflitto arriva dunque a una “tregua”, firmata il 27 luglio 1953 a Panmunjeom, piccolo villaggio sul confine, su un tavolo che oggi si trova proprio sulla linea che divide i due Paesi. Viene istituita inoltre una grande “zona demilitarizzata” lungo tutto il confine tra le due Coree e che oggi rimane una delle zone più “calde” del Pianeta.
Il Regime si trova oggi in una posizione particolare: ha dimostrato al mondo di avere armi nucleari e missili a lungo raggio a disposizione, ma non è ancora capace di montare le prime sui secondi; un limite al quale, però ,gli infallibili scienziati nordcoreani stanno lavorando da tempo.
Ed ecco allora la questione principale: Come e perché si è arrivati a tutto questo?
Già nel 2013 si è sfiorato il conflitto tra le due Coree, con un test nucleare ordinato da Kim, appena salito al potere dopo la morte del padre; allora alla Casa Bianca vi è un tale chiamato Barack Obama, che si limita a protestare in sede alle Nazioni Unite e ad inasprire le sanzioni per cercare di piegare la volontà del Regime. Dopo un mese di marzo tesissimo, già in aprile la situazione si sgonfia: la Casa Bianca decide di non dare peso ai giochi di Kim. Nel frattempo, però, iniziano a circolare le prime notizie sullo “strambo regime” a Nord del 38° parallelo, dove “tutti devono portare un taglio di capelli e vestiti convenzionati” e “si spendono miliardi di Won (la moneta nordcoreana) in armamenti mentre la popolazione muore di fame”; le stranezze (reali e presunte) ,purtroppo, non finiscono qui: circolano ancora oggi storie curiose quanto raccapriccianti su Kim, che avrebbe dato in pasto a dei cani lo zio (sospettato di “complotto” contro di lui) e avrebbe ucciso letteralmente a cannonate un generale che era stato accusato di essersi addormentato durante un suo discorso; il colpo più clamoroso è avvenuto, però, solo quest’anno, quando due presunte “agenti segreti” hanno ucciso con gas nervino su un fazzoletto il fratellastro del dittatore, Kim-Jong-Nam, che già da tempo viveva fuori dalla Nord Corea e che, secondo indiscrezioni, la Cina progettava di sostituire allo scomodo Maresciallo. Le stramberie sono dunque tipiche del Regime, a partire dal taglio di capelli di Kim fino alla sua golosità per il groviera svizzero.
La situazione è rimasta tranquilla per qualche anno. La svolta è avvenuta quando c’è stato un cambio non previsto alla Casa Bianca. Iniziano le provocazioni reciproche. Il 12 febbraio (una ventina di giorni dopo l’insediamento di Donald Trump) Kim coglie l’occasione della visita del Premier giapponese Shinzo Abe negli Stati Uniti per lanciare un nuovo missile. Seguono dichiarazioni di fuoco da parte della Casa Bianca, che minaccia l’intervento e invia la portaerei nucleare Vinson verso le coste nordcoreane (portaerei che però viaggerà in direzione opposta almeno per le due settimane successive, provocando non poco imbarazzo al Pentagono). Questo, però, ha l’unico e blando effetto di provocare un innalzamento dell’adrenalina in Kim e nei suoi collaboratori, che continuano imperterriti con le provocazioni. Trump muove dunque la carta Onu, vuole imporre nuove sanzioni alla Corea del Nord, ma la contrarietà del tandem Cina-Russia lo blocca. Kim lancia un nuovo missile in estate, che sorvola il Giappone. Questa volta, però, l’azione nordcoreana stufa anche lo storico alleato cinese, che dunque dà l’assenso (così come la Russia) a nuove sanzioni sul settore tessile e sul carbone, anche se ormai in Nord Corea sono rimaste poche cose da sanzionare oltre l’aria e l’erba dei prati.
Le provocazioni continuano fino ad arrivare al test nucleare del 3 settembre (che ha provocato il crollo di una galleria e la morte di almeno 200 persone) e all’ultimo lancio. Ormai, parola di esperti, la guerra appare certa, solo che non si sa ancora quando effettivamente scoppierà. Finora l’unico freno inibitorio a Kim e Donald è stata proprio la Cina, che ha lavorato sulla “doppia linea rossa”: se Kim attaccherà per primo, Pechino resterà neutrale per tutto il conflitto, ma se sarà Donald a premere il celebre “pulsante rosso” sulla scrivania, la Cina interverrà con la Russia in difesa di Pyongyang, e dei propri interessi. L’ultimo lancio sembra davvero aver fatto cambiare idea al rieletto Xi Jinping (Presidente del Partito Comunista Cinese e de facto capo di stato della Cina) che qualche settimana fa ha dato il via a una grande esercitazione a ridosso del confine con il Nord Corea (ufficialmente chiuso, così come la tratta aerea Pechino-Pyongyang). I soldati di Stati Uniti e Corea del Sud non sono stati da meno e hanno iniziato un’analoga e titanica esercitazione con tre portaerei nucleari d’attacco, sottomarini, corazzate, centinaia di aerei e 12.000 soldati; a inasprire il quadro, i B-52 americani sono pronti e armati di atomiche, come non accadeva dal 1991 e, parola di Trump, “Potrebbero partire in qualsiasi momento”. Sulle isole Hawaii è risuonata la sirena di emergenza come non si sentiva da oltre trent’anni e la base statunitense a Guam, nel Pacifico, è in stato di massima allerta: si prospetta dunque il conflitto.
Non si sa come, quando e con quali modalità. Le mosse del Regime sono difficili da prevedere. Così come il temperamento di Trump.

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