Che in Italia la scienza e la ricerca siano snobbate è risaputo. Snobbate da studenti, snobbate dall’opinione pubblica e, cosa ancor più grave, snobbate dalla nostra classe politica.

Eppure è strano: questo è il paese dove Galileo lavorò, facendo aprire gli occhi a milioni e milioni di persone; il paese dove in un semplice istituto di fisica in via Panisperna, a Roma, si formarono e lavorarono alcune degli scienziati più geniali dell’intero Novecento (Fermi e Majorana in primis); il paese di tre dei quindici direttori del CERN (fra cui Fabiola Gianotti, attuale direttrice esecutiva del centro svizzero, troppo spesso dimenticata in patria).

Purtroppo negli ultimi anni abbiamo conosciuto un lento ma crescente disinteresse verso la scienza.
Tutto è iniziato nel 2004, quando l’allora Ministro dell’Istruzione Letizia Moratti decise di eliminare l’insegnamento della teoria dell’evoluzione dai programmi scolastici delle scuole medie.
Oltre alla gravità in se del fatto, la negazione di una teoria affermata (la comunità scientifica su questo è chiara, perché se è vero che in scienza non esistono dogmi, è vero anche che ogni teoria è fatto fino a prova contraria), ancora più grave è l’ignavia mostrata dal popolo italiano. Questa notizia non generò scalpore (come dovrebbe essere in un paese sviluppato) anzi, da molte parti, fu accolta calorosamente.
Si potrebbe obiettare che è successo ormai 12 anni fa, certo, ma di esempi, anche recenti, se ne possono fare a bizzeffe.
Potrei citare l’attuale vice sindaco di Milano, che ricorda fieramente di aver sostenuto la battaglia contro la “famosa direttiva europea sulla vivisezione”. È preoccupante che una persona che riveste un ruolo così importante faccia parecchia fatica a distinguere i termini “sperimentazione” e “vivisezione”. Come è preoccupante che il leader di uno dei maggiori partiti in Italia sia tuttora convinto che basti un po’ di bicarbonato per guarire da un cancro al pancreas.

È quindi lecito aspettarsi che un ragazzo italiano, presa la laurea, decida di cercare lavoro all’estero di andare verso mete più appetibili come la Germania o la Francia. Non lamentiamoci del fatto che nei laboratori tedeschi metà dei ricercatori sono italiani, domandiamoci perché questi ragazzi hanno deciso di fare una scelta così drastica, perché, lo assicuro, nessuno vuole davvero andarsene.
Lo dico da persona a cui piacerebbe buttarsi nel campo della ricerca e da persona che ha conosciuto ragazzi costretti a emigrare e altri ragazzi che invece hanno deciso di rimanere.
C’è rassegnazione: non è facile lasciare famiglia e amicizie, ma vi è la certezza che in Italia non si potrà fare qualcosa di valido con il proprio titolo di studio.
Fondi inesistenti, rispetto nei tuoi confronti pari a zero e atti vandalici nei laboratori. Non che siano esclusive italiane, esistono anche negli altri paesi questi tipi di fenomeni, ma solo in Italia chi compie queste azioni viene considerato un eroe e il ricercatore un pazzo assassino.
Ogni persona che sogna di lavorare nell’ambito della ricerca sa benissimo che si troverà di fronte a un bivio, sa benissimo pro e contro di ogni scelta. Vediamo di non giudicare, almeno in questi casi.

Concludo citando l’immensa Elena Cattaneo che scriveva il 26 Gennaio, su Repubblica:
“Scienza, Ricerca e Accademia hanno un ruolo sociale. Formano generazioni libere, preparate e critiche. Non difendere questa libertà (e integrità decisionale) non lascia alibi. Tantomeno a chi guarda dolente a un paese in compiaciuta contemplazione delle vestigia del passato, per nascondere che non sa progettare il presente e improvvisa sul futuro. La Scienza è il miglior strumento di cui disponiamo per comprendere il mondo e le opportunità offerte da un presente complesso, fragile e competitivo. Ciascuno dovrebbe capire qual è il proprio compito, il personale imperativo sociale, e impegnarsi a metterlo in pratica. Senza sconti per nessuno.”

Articolo a cura di Stefano Butti (Redazione esterna)

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