Domenica 17 aprile 2016 dalle ore 7 alle ore 23 si terrà il referendum abrogativo relativo alle vigenti norme sull’estrazione e la coltivazione degli idrocarburi, quali gas naturale e petrolio. Il quesito è stato posto da nove regioni (Veneto, Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Calabria, Liguria, Campania e Molise) guidate da giunte sia di destra che di sinistra. Tutti i cittadini italiani, inclusi coloro i quali risiedono temporaneamente all’estero grazie all’ausilio dei rispettivi uffici consolari nel paese ospitante, potranno votare presso i diversi seggi.

Avranno diritto di voto tutti i maggiorenni che si presenteranno presso il rispettivo seggio di appartenenza con carta d’identità e tessera elettorale. Perché sia valido l’esito del referendum, il numero dei votanti deve raggiungere il 50 per cento più un votante degli aventi diritto (quorum). I quesiti proposti dalle giunte regionali in causa erano sei, cinque di essi sono stati bocciati, di conseguenza ai votanti ne sarà posto solamente uno. Ai cittadini verrà chiesto se sono favorevoli ad abrogare le norme sull’attività di estrazione e ricerca fino alle 12 miglia nautiche dalla costa (dove un miglio nautico equivale a 1852 metri, perciò fino a 22224 metri dalla costa) in vigore dal 2015, introdotte in seguito alla legge di stabilità. Per tanto non saranno coinvolte le piattaforme e i giacimenti oltre tale limite e a terra. I siti interessati al voto sono 35, di cui 3 non in attività, 5 non attivi solo nell’anno 2015 e uno chiuso sino a fine 2016. Delle altre 26 concessioni, 9 sono in scadenza o scadute e con rinnovo già richiesto, 17 scadranno nei prossimi 11 anni. Il referendum riguarda inoltre 9 permessi di ricerca in diverse aree del Mar Mediterraneo limitrofe la penisola italiana (Mar Adriatico e Mar di Sicilia).

Attualmente le compagnie petrolifere possono sfruttare i giacimenti fino ad esaurimento delle risorse estraibili e non sino alla naturale scadenza del contratto stipulato.

Quindi se vince il “Sì”, i giacimenti non potranno più essere sfruttati fino ad esaurimento ma fino alla naturale scadenza del contratto. Per scadenza naturale si intende quel termine del contratto di concessione fissato originariamente. I risultati, se passasse il “Sì”, sarebbero già visibili nel 2018 per 21 strutture, principalmente in Calabria e in Sicilia dove si trovano ben 12 di esse. A schierarsi con questa scelta troviamo associazioni come Legambiente, WWF, Greenpeace e il comitato No Triv. Gli esperti comunque dicono che le piattaforme sono sicure e che non c’è il pericolo di disastri come quello di Odyssey in Nuova Scozia del 1988. A preoccupare sono i sedimenti di catrame, attorno alle piattaforme, che supererebbero i limiti stabiliti dall’UE.

Se vince il “No” (o non si raggiunge il quorum) le società interessate potranno usufruire del giacimento fino ad esaurimento delle risorse e non più secondo le precedenti norme, già abolite, secondo le quali il contratto durava trent’anni più due proroghe da dieci e poi cinque anni.

A sostenere il “No” vi sono soprattutto imprenditori, i quali dichiarano che la chiusura delle attuali piattaforme comporterebbe la necessità di maggiori importazioni e l’aumento del traffico di petroliere sui nostri mari. L’aumento del transito di queste ultime paventa scandali come quello del lavaggio delle cisterne a largo.

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