Abbiamo intervistato Stefano Iannillo del Coordinamento Nazionale NoTriv, in merito alla campagna referendaria contro lo sfruttamento delle coste italiane.

Quali rischi corre effettivamente l’ecosistema con la presenza delle trivelle? Molti, soprattutto del fronte “ottimisti e razionali” dichiarano che non ci sono pericoli e che la situazione è monitorata da enti e istituti.
La prima questione di cui bisogna tener conto è che Greenpeace ha richiesto i dati su 100 trivelle al Ministero dell’Ambiente, per indagare se alcune di queste non fossero legali dal punto di vista sanitario ed ecologico. Le aspettative degli ambientalisti sono state deluse: solamente 34 di queste hanno fornito i dati necessari per stabilire la pericolosità delle strutture. Perciò ben il 66% delle piattaforme, statisticamente, non sarebbero a norma.
Inoltre sono state effettuate delle analisi sulle cozze che crescono nelle immediate vicinanze delle trivelle e sono stati rilevati alti livelli di metalli pesanti (come cadmio e zinco) nell’82% dei molluschi. Tutto ciò significa che piattaforme già esistenti sono già pericolose, con oltre cento procure dov’è stato fatto ricorso sempre da Greenpeace.
Il secondo livello di rischio sono le avarie e gli incidenti, il quale si divide in ulteriori due tipologie di pericolo: incidenti di ordinaria amministrazione e sversamenti di grandi quantità di idrocarburi (com’è successo pochi giorni fa in Tunisia).
Gli inconvenienti ordinari sono la causa dei danni, precedentemente illustrati, all’ecosistema marino. Questi non sono quasi mai segnalati o registrati dalle compagnie energetiche.
Consistono in piccoli sversamenti e avarie. Seppur piccole creano gravi danni.
La percentuale dei nostri idrocarburi sul nostro fabbisogno naturale è irrilevante (2% gas naturale, 0,8% il petrolio). Nonostante ciò se avvenissero grandi sversamenti sarebbe un disastro.
Qui non si tratta di oceano ma di un mare chiuso: il Mediterraneo. Ciò significa grandi difficoltà e un’altissima densità di materiale nocivo nelle acque.
Da prendere di conseguenza in considerazione questa domanda: quanto costa un disastro petrolifero? Nel 2010 per il Golfo del Messico la British Petroleum ha dovuto sborsare più di 10 miliardi. Le società ora impegnate nell’Adriatico possiedono piccoli capitali sociali che navigano dai 15000 ai 30000 euro; per tanto non sarebbero in grado di rimediare ai loro danni dal punto di vista economico. Tutto ciò senza contare che le strutture sono vecchie, quindi aumenta il rischio.
Terzo punto: il livello di inquinamento del nostro pianeta. A novembre a Parigi si è tenuta la Conferenza Internazionale sul clima, dove oltre 190 paesi hanno stretto degli accordi e hanno deciso di mantenere l’aumento della temperatura globale sotto il +1,5% (ovvero la soglia massima oltre la quale si mette a rischio la sopravvivenza della nostra specie). Ciò significa impegnarsi per raggiungere l’impatto zero.
Proprio l’Italia ha fatto la parte del leone, spingendo la soglia dal +2,0% al +1,5%. Continuare ad estrarre perciò presenta un grande affronto se non un’ironia nei confronti delle linee generali stabilite alla Conferenza. Non per l’impatto, in se minimo in confronto ad altri paesi, ma dal punto di vista politico e simbolico è eclatante.

Ma se venisse abrogata la norma, l’Italia sarebbe in grado di sostituire le trivelle con energie rinnovabili? Nel caso non puntasse su di esse, le petroliere non comporterebbero anche esse un grande allarme con tutti i possibili pericoli connessi? L’aumento delle importazioni non sarebbe un maggiore peso economico?
Innanzitutto con l’abrogazione della norma nessuna concessione durerà più a vita. Questo punto è fondamentale perché non esiste che ci siano concessioni per sempre. Quindi ciò che avverrebbe il 18 aprile 2017 non sarebbe nulla di catastrofico.
In secondo luogo, data la piccola quantità di gas naturale e petrolio ottenuto dalle nostre piattaforme, questa minima riduzione dell’introito energetico potrà essere riassorbita abbattendo i consumi nei palazzi e nelle città. Questo non vuol dire che si tornerà a cucinare sulla legna!
In terzo luogo, nel 2015 l’Italia ha ottenuto il 33,2% dell’energia elettrica da fonti rinnovabili nonostante il governo Renzi abbia diminuito gli incentivi e quindi ci sia stato un rallentamento del settore. Il margine di ampliamento è grande. L’Italia investe invece 17 miliardi in energie fossili e trivelle, dove le società trattengono circa il 90% del ricavato.
Inoltre le quote fatte pagare a queste società sono bassissime.
Preso in considerazione tutto ciò, non è assolutamente vero che non si può fare a meno dei combustibili fossili; anzi, l’Italia da qui a dieci anni può passare dal 33,2% al 100% di energie verdi, diventando un paese a emissioni zero. Questo è un dato che ci deve far riflettere, il governo italiano non ha una buona strategia energetica per il futuro, nonostante ne abbia la possibilità.
Qui ci troviamo di fronte a due modelli: la democrazia delle rinnovabili o l’oligarchia dei fossili.
La prima può essere ben distribuita sul territorio, mediante l’autoproduzione di piccole comunità (ogni singolo quartiere o frazione). La seconda è mal distribuita, essendo suddivisa in grandi giacimenti di pochi; è ineguale. Bisogna puntare su nuovi modelli. Questo è possibile con la collaborazione del governo, mediante defiscalizzazione. Tanti paesi stanno investendo nel settore verde: la Norvegia, protagonista indiscussa delle estrazioni negli anni passati sta puntando ingenti quantità di denaro in energie rinnovabili.

Quindi chi è che impedisce il cambiamento?
La volontà politica e l’eccessivo peso economico di coloro i quali possiedono i grandi giacimenti petroliferi e non. Un altro ostacolo è il rischio che anche le nuove fonti vengano gestite come le vecchie, con grandi parchi eolici e solari dove la criminalità organizzata può infiltrarsi lucrando. L’obiettivo è l’autoproduzione. La necessità e la volontà politica.

Non ritieni giusto che tali valutazioni tecniche e scientifiche debbano essere fatte da persone specializzate e esperte (es. ecologisti o ingegneri) e non tramite un referendum popolare?
Secondo me no. Innanzitutto con noi collaborano parecchi esperti e professori universitari provenienti anche da associazioni ambientaliste che collaborano per creare riflessioni profonde e di fondamentale importanza. Poi non credo sia giusto sottrarre dalla volontà popolare l’ambito tecnico­-scientifico, soprattutto in un paese come il nostro. In Italia sono stati, infatti, numerosi i casi dove sarebbe stata fondamentale la decisione dei cittadini (es. gestione dei rifiuti). Siamo per tanto a conoscenza dei rischi che si corrono.
Ma anche se non fossimo coscienti di ciò, pensa a quanti fanno alternanza scuola/lavoro all’Eni. Anche il clima degli esperti quindi è inquinato da scelte economiche e orientamenti politici.
La nostra sfida è informare chi non sa nulla delle conseguenze del voto, ci stiamo mettendo i bastoni fra le ruote non pubblicando abbastanza articoli sul giornale e senza una campagna referendaria di almeno un mese.
Nonostante i sondaggi a noi favorevoli, ma anche se non si raggiungesse il quorum per noi sarebbe una vittoria. Lo è già, perché è la prima volta che in Italia di discute di problematiche energetiche pubblicamente in questo modo. Non più le lobby e la classe dirigente ma i cittadini a decidere.

Quindi vedi questo referendum come un grande passo per la storia politica italiana?
Assolutamente sì. Nel nostro paese le associazioni ecologiste sono sempre state abbastanza arretrate e il dibattito di nicchia, con questa votazione si inverte il processo. Ma bisogna andare alla genesi di tutto ciò: si arriva alle mobilitazioni popolari in Abruzzo, Campania e Puglia che hanno creato lo spazio mediatico. Mobilitazioni in regioni a giunta di governo, dalle quali è nato il referendum, cosa molto difficile, che protestavano per la Conferenza del 29 novembre.

C’è la necessità e l’urgenza di cambiamento.

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