Da Norimberga al tribunale dell’Aja alcuni casi di “inaccettabili” crimini di guerra

Slobodan Praljak è un ex generale croato che ha combattuto durante la guerra croato-bosniaca, in cui vennero uccisi o deportati gli abitanti musulmani dell’area della Bosnia; questo conflitto durò 11 mesi durante i quali vennero provocate migliaia di morti. Il fatto che successivamente i croati si fossero alleati con i bosniaci contro la Serbia, rese quest’ultima l’unica responsabile di quel conflitto.

Proprio a causa di questo contesto storico-culturale, Slobodan Praljak è stato giudicato  colpevole di crimini di guerra davanti al tribunale penale internazionale dell’Aja, dove è stata confermata la condanna a 20 anni di reclusione. Dopo la lettura della sentenza, l’ex generale si è tolto la vita.

Il gesto del generale ha diversi precedenti, sia come dinamica sia motivazioni politiche ed esistenziali sia nella logica che lo ha ispirato . La sua decisione nasce dal non accettare la definizione di “criminale di guerra” in quanto si ritiene un servitore della propria patria e per questo definisce le proprie azioni come legittimate dalla giustizia e dalla politica.

L’atto estremo è stato un mezzo per evitare che la sentenza venisse eseguita, come nel caso del suicidio del 1946 di Herman Göring durante il processo di Norimberga, appositamente istituito per giudicare i nazisti. In quell’occasione, il gerarca nazista si uccise dopo aver ascoltato la sentenza, ma prima dell’esecuzione, ingoiando una pastiglia di cianuro, introdotta nella sua cella di nascosto.

Questi due fatti presentano sia differenze sia somiglianze: le prime consistono principalmente nel fatto che il tribunale di Norimberga fu creato dai vincitori della seconda guerra mondiale, e quindi era una struttura legale suscettibile e non imparziale, mentre la corte penale dell’Aja è un istituto da tempo riconosciuto in sede internazionale; le somiglianze riguardano le motivazioni del suicidio, ovvero il rifiuto della legittimità del tribunale e dell’esecuzione della sentenza.

Per fare tutto ciò, lo strumento che viene utilizzato è il suicidio che può essere conseguenza o ammissione della sconfitta militare, come quello di Hitler nel 1945. L’estremo gesto può anche avere scopo rituale ,come quello dell’ammiraglio Onischi, che scrisse una lettera alle famiglie dei kamikaze, ovvero i piloti suicidi le cui figure aveva lui stesso ideato, per espiare le proprie colpe e, successivamente, si era suicidato in modo da non morire per mano nemica

Il suicidio è considerato la strada più semplice per non scontare quegli anni di reclusione, ritenuti ingiusti dai condannati e considerati non sufficienti dal senso comune. Non pagheranno mai per ciò che hanno commesso in vita e potremmo dire che quel loro ultimo gesto li renda immortali, in quanto il suicidio consiste in una morte fisica ma al contempo nella volontà di andare oltre la giustizia e la morte.

Al giorno d’oggi ritengo che questo non possa essere accettato e che bisognerebbe attuare controlli più rigidi e severi poiché un uomo colpevole non può decidere di suicidarsi. Non di può accettare che davanti agli occhi increduli dei membri di un tribunale e allo sguardo sconcertato di migliaia di persone succeda questo, che in diretta si possa vedere la presunzione di un reo che si dichiara innocente e che si rende un martire del nazionalismo croato nonostante i gesti orrendi e disumani da lui compiuti.

Con questo gesto ha riportato alla mente quei crimini a lungo dimenticati, e ora riconsiderati.

Giulia Convertini

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