Dal 1999, il 25 novembre è dedicato alla sensibilizzazione e all’eliminazione della violenza domestica che colpisce ogni giorno troppe innocenti vittime.

I casi di violenze subite nelle coppie di pari sono infiniti.

Piccoli segnali, piccole oppressioni che sfociano in tragedie. La drammaticità è data anche dal fatto che molto spesso non ce né si accorge neanche, soprattutto nel caso della violenza psicologica, a volte anche peggiore di quella fisica.

“Perché esci vestita così?”, “I tuoi amici sono degli sfigati, non frequentarli più”, “Dammi la password del tuo cellulare”. Questo è amore?

I tempi in cui viviamo fanno paura. Stiamo assistendo ad un drastico ritorno al passato sotto moltissimi punti di vista, sia in campo politico che nella società. Mentre l’Occidente chiude i confini e costruisce muri, in Medio Oriente sembra di essere passati ai tempi in cui le donne erano viste non come pari o compagne di vita, ma come qualcosa che doveva essere posseduto e sottomesso.

Di fatto, ancora oggi veniamo considerate dalla società come il “sesso debole” e, in alcune parti del mondo, i nostri diritti ci vengono limitati o perfino negati.

Solo due mesi fa, in Arabia Saudita, abbiamo guadagnato il diritto di conseguire la patente, molte volte contestato con scuse come “guidare danneggia le ovaie” oppure “distruggerebbe le basi della famiglia e della moralità”.

Negli Stati Uniti d’America, paese reputato da molti come il più progredito del mondo, l’anno scorso è stato eletto dal popolo un Presidente repubblicano che, durante la sua campagna elettorale, ha fatto commenti misogini.

L’uguaglianza di fatto non è ancora raggiunta.

Sempre più associazioni e collettivi femministi lottano e manifestano per il grande sogno di, un giorno, poter essere considerati e trattati tutti allo stesso modo. Un sogno realizzabile, che non si esprime solo nell’accettazione della donna come indipendente e forte, ma anche dell’uomo come sensibile e vulnerabile. Perché lottare per i nostri diritti è lottare per i diritti di tutte e di tutti.

Como quest’anno si unisce alle iniziative del 25 novembre. Crede nell’uguaglianza e condanna la violenza.

Grazie al movimento che prende ispirazione dalla coalizione argentina “Ni Una Menos” (“Nonunadimeno”) oggi vedremo cittadine comasche rappresentare tutte noi, tutte le ragazze e le donne che hanno subito violenze morali e fisiche, ragazze che sono state molestate o stuprate e che poi si sono sentite dire “Ma cosa indossavi? Ma con chi eri?” o peggio di tutti “Sei andata a cercartela questa”.

Le donne di “Nonunadimeno” tornano, dopo che lo scorso 8 marzo hanno marciato per le stesse convinzioni, con il desiderio di essere libere, consapevoli e determinate, di poter vivere in un mondo dove il colpevole è il carnefice, non la vittima. La violenza domestica è insidiosa perché ha molte facce e investe ogni aspetto delle nostre vite: la famiglia, il lavoro, l’orientamento sessuale, le libere scelte sul nostro corpo, il diritto alla cittadinanza…

Queste donne sono tornate e il loro motto è:

“Non ci fermeremo finché non saremo libere dalla violenza maschile e di genere in tutte le sue forme.

Non ci fermeremo di fronte agli stupri e femminicidi quotidiani.

Non ci fermeremo finché non saremo libere dalla violenza sui social media e dei giornali, che ci colpevolizzano o vittimizzano, silenziandoci.

Non ci fermeremo finché non saremo libere dalla violenza del razzismo istituzionale e dei confini, finché gli stupri saranno strumentalizzati per giustificare il razzismo in nome delle donne.

Non ci fermeremo finché non saranno abolite le misure istituzionali che di fatto espongono le donne migranti a quotidiane violenze nei campi profughi e che aggrediscono migranti, prostitute e donne trans in nome di un inaccettabile “decoro”.

 

 Johanna Merkle

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