Analisi del ritmo cardiaco in corso… non toccare il paziente… Scarica consigliata, carica in corso, non toccare il paziente…” Parole chiare, decise, rassicuranti… Questo è il defibrillatore semiautomatico esterno (il DAE per gli amici), una guida preziosa in caso di emergenza.

Ma facciamo un passo indietro. È il 22 ottobre 2008, l’ora di cena. In un campeggio sull’isola d’Elba, una mamma di 45 anni si accascia al suolo senza nessun apparente sintomo precedente. Scatta la disperazione, la corsa delle persone che affollano quel bungalow, teatro di una tragedia incomprensibile, imprevedibile, inspiegabile. Ma è successo.

Ora, tra la moltitudine di persone in quel campeggio ed in quel preciso istante c’è una persona. Il figlio del titolare della struttura ricettiva, il quale, un anno prima, aveva preso parte ad un progetto di formazione all’uso del defibrillatore. Inoltre, grazie alla lungimiranza dei proprietari, all’interno della guardiola è conservato lo speciale apparecchio salvavita, acquistato appena pochi mesi prima.

Pochi attimi: il defibrillatore, il titolare e il figlio sono sulla scena. Tutto si ferma.

Per il soccorritore laico (chiunque di noi può esserlo, in qualsiasi momento) c’è solo la voce guida del defibrillatore, la concentrazione nell’applicazione delle manovre assimilate durante il corso BLS-D, prima di tutte la chiamata al 118. Basta, solo quello.
Agendo meccanicamente, ascoltando ogni indicazione del DAE, cercando di non farsi sopraffare dall’emotività, il giovane procede con il massaggio cardiaco e con l’erogazione delle scariche, quando consentite dall’apparecchiatura salvavita. Per 18 lunghissimi minuti. Alla quinta analisi del ritmo cardiaco, il miracolo. Il defibrillatore esclama “scarica non consigliata”, segnale che l’attività elettrica del cuore è tornata stabile. Pochi istanti dopo giunge sul posto ambulanza e la signora viene stabilizzata.

In ospedale la sentenza è la migliore che possa esserci: non si rilevano danni cerebrali, l’attività cardiaca si è stabilizzata. La vittima ha avuto un arresto cardiaco improvviso, ma ora sta bene. Una storia a lieto fine, fortunatamente. Ma in tutto ciò non è stata solo la sorte a giocare un ruolo determinante, anzi… il merito va a chi ha saputo agire, col supporto del DAE, nel tentativo di salvare una vita senza pensarci due volte, mettendo al centro l’amore per il prossimo ed il rispetto per la vita. E questa volta la battaglia l’ha vinta la vita.

Piacere, DAE. Mi presento.
Il defibrillatore semiautomatico esterno (DAE o AED) è un’apparecchiatura elettromedicale autodiagnostica salvavita. O meglio, è un concentrato di tecnologia che racchiude al suo interno diversi dispositivi: l’elettrocardiografo, grazie al quale il DAE riconosce una fibrillazione ventricolare ed altre patologie elettriche cardiache; gli elettrodi, grazie al quale vengono rilevate le attività elettriche ed eventualmente vengono erogate le scariche; un condensatore, che immagazzina la scarica elettrica da erogare in base alle rilevazioni del tracciato ECG; un microprocessore, il “medico a bordo” dell’apparecchio, il quale applica i protocolli impostati con rigore svizzero; la batteria medicale, il cuore pulsante del sistema; un registratore delle conversazioni ambientali, del tracciato ECG e di altri parametri rilevati durante il soccorso per chiarire eventuali controversie future sulle manovre eseguite, una sorta di scatola nera. Una vera sala di rianimazione portatile, insomma.

Per la legge italiana il DAE, eseguendo autonomamente la valutazione dei parametri e stabilendo la diagnosi, può essere utilizzato da chiunque. In realtà il corso di abilitazione, peraltro davvero semplice, è consigliato a tutti ed è ad oggi obbligatorio soltanto per chi riveste un ruolo in associazioni sportive. Come pure l’obbligo di dotazione del defibrillatore.

Pensiamoci invece. DAE e persone addestrate possono davvero fare la differenza, ovunque.

Articolo a cura di Emanuele Prini (Redazione esterna)

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